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I luoghi più strani di Italia: 5 destinazioni uniche al mondo

Piccole e grandi meraviglie dislocate lungo la penisola, e che mai vi aspettereste di trovare nel nostro paese. Come in nessun'altra parte del pianeta. Questi posti vi incanteranno e vi stupiranno, vi racconteranno storie antiche e contemporanee e non mancheranno di lasciarvi a bocca aperta. Un piccolo itinerario alla scoperta di grandi segreti.


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Di posti magici e speciali in Italia ce ne sono a bizzeffe: il nostro è davvero il paese delle meraviglie. Ma qua si rischia di sconfinare nel campanilismo. Il nostro paese è infatti una bellezza dopo l’altra, ma è comunque uno dei tanti diamanti che formano quella eccezionale parure chiamata Europa. Definire un posto “unico” è un atto d’amore, ma non corrisponde al vero: poiché imponenti cattedrali, mirabolanti opere di artisti rinascimentali, borghi antichi e via dicendo possiamo ritrovarli (fortunatamente) un po’ dappertutto nel vecchio continente. E diciamocelo, ci abbiamo anche un po’ fatto l’abitudine. Il viaggiatore cerca sempre emozioni nuove: cosa può offrirgli il nostro paese? Quali sono quei luoghi davvero unici, che non si possono trovare da altre parti, e che si distinguono anche per la loro stranezza? Noi ne abbiamo individuati cinque, e non è stato facile: perché cose come queste davvero non le potete trovare da nessun’altra parte se non un viaggio in Italia.

Il Parco dei Mostri di Bomarzo
L’abbazia di San Galgano e la spada nella roccia
Viganella, il paese con il sole artificiale
Curon Venosta e il campanile nel lago
I Templi dell’Umanità di Damanhur

Il Parco dei Mostri di Bomarzo

I luoghi più strani di Italia: 5 destinazioni uniche al mondo.

Foto di Marcos Méndez Filesi 

Entrate in un mondo fatto di creature arcane e spaventose. Il Sacro Bosco di Bomarzo, in provincia di Viterbo, è un luogo assurdo e affascinante nella sua bizzarria. Elefanti guerrieri, draghi cinesi, case sbilenche, divinità… Un parco di sculture disseminate in un labirinto magico e impossibile. Questa aggregazione di mostruosità risale al XVI secolo quando Pier Francesco Orsini, principe di Bomarzo, commissiona all’architetto Pirro Ligorio la costruzione di un posto meraviglioso. Anche se all’inizio l’intento era più quello di spaventare che di stupire. Ma i suoi creatori erano ben consapevoli dell’effetto che avrebbe potuto avere sui contemporanei: “Voi che pel mondo gite errando vaghi di veder meraviglie alte et stupende venite qua, dove son facce horrende, elefanti, leoni, orchi et draghi”. Questa è solo una delle tante iscrizioni che si possono ritrovare sulle sculture. Ombre di manierismo e grotesque con echi di letteratura medievale e rinascimentale imperversano per tutto il bosco, che ben si è prestato all’opera d’arte grazie alla sua forma di anfiteatro naturale. E che a distanza di secoli non smette di incantare e di meravigliare.

L’abbazia di San Galgano e la spada nella roccia

Il mito arturiano rivive in Italia. O forse è da qua che è partita la leggenda? In questa abbazia dimenticata nel comune di Chiusdino, in provincia di Siena, una antica spada è conficcata salda in una roccia: ne fuoriescono l’elsa e il manico, esattamente come la mitica Excalibur di re Artù. Con l’unica differenza che il re britannico aveva estratto la spada dalla roccia come prova del suo valore come uomo e come guerriero. In questo caso è l’esatto opposto: Galgano Guidotti era un giovane vissuto nel XII secolo, la cui esistenza era dedita alla dissolutezza. Ma un giorno ebbe la visione dell’Arcangelo Michele che lo spinse a diventare cavaliere. Dedicatosi alla guerra fu spinto da una seconda visione verso il colle Montesiepi. Lì decise di abbandonare la sua vita e convertirsi, e con un gesto simbolico conficcò la sua spada nella roccia. Quello che ne fuoriusciva lo adorò come croce fino alla sua morte, avvenuta all’età di soli 33 anni.

Foto di Craig Wyzik

Nonostante la canonizzazione come santo, non ci sono prove certe che Galgano sia esistito veramente, e questo circonda la sua figura come quella della spada di un alone di mistero. Non si sa nemmeno se questa avesse potuto ispirare la leggenda del ciclo arturiano, contemporanea all’epoca di Galgano. L’eremo del santo fu in seguito scelto dai monaci circestensi per l’erezione dell’abbazia, che col passare dei secoli fu abbandonata e poi sconsacrata. E oggi è uno dei luoghi più insoliti della Toscana.

Viganella, il paese con il sole artificiale

Archimede aveva capito prima di tutti come la potenza riflettente degli specchi potesse intensificare la luce naturale del sole. Ma se il geniale inventore greco l’aveva utilizzata per incendiare le navi dei romani durante l’assedio di Siracusa, in un piccolo paese piemontese la utilizzano per non restare al buio. Viganella è un gruppo di case nella Valle Antrona, sotto le Alpi Pennine. E come molti comuni di questa valle soffre di un problema: le montagne sovrastanti la oscurano per 86 giorni l’anno, dall’11 novembre al 2 febbraio. Colpa della Cresta della Colma, il monte alto 2.000 metri dietro cui il sole va a nascondersi per questo lasso di inverno, lasciando Viganella al buio e al gelo.

Foto di Dave Yoder

Non più però da alcuni anni a questa parte: nel 2006 l’ex sindaco Pierfranco Midali, con l’aiuto dell’architetto Giacomo Bonzani e dell’ingegnere Emilio Barlocco ha riportato il sole a Viganella grazie a un enorme specchio riflettente posizionato sul fianco della montagna. Un’idea che il siracusano aveva avuto più di duemila anni fa, e che la tecnologia moderna ha perfezionato, al costo di 100.000 €. Un pannello di 40 m² che grazie a un software interno segue la luce del sole e la proietta sul paesino. Con conseguenti benefici per il raccolto e la salute dei suoi abitanti. Viganella è l’unico paese sulla faccia della Terra ad aver adottato un sistema del genere, e per questo all’epoca ha attirato la curiosità dei giornalisti da tutto il mondo. E che ancora oggi richiama turisti, mentre serve da esempio di come la tecnologia unita alla forza della natura possa solo apportare benefici all’essere umano.

Curon Venosta e il campanile nel lago

In questo caso la storia che vi raccontiamo non è altrettanto felice per gli abitanti di questo paesino. Siamo nella val Venosta, in Alto Adige, vicino ai confini dell’Italia con l’Austria e la Svizzera. Sul lago di Resia si affaccia il paesino di Curon. Che un tempo però si trovava più giù. Succede infatti che agli inizi del secolo scorso delle menti geniali decidono di creare un bacino idrico per la produzione di energia elettrica. E per farlo vogliono unire il lago di Resia con il lago di Curon tramite la costruzione di una diga. Senza tenere in considerazione però che il livello dell’acqua, alzandosi, avrebbe letteralmente sommerso i due paesi che davano il nome al lago. Nel senso che sapevano che sarebbe successo, ma non gliene è importato un bel niente. A poco sono servite la rivolta degli abitanti e un’udienza dal papa: nell’estate del 1950, dopo decenni di progetti e lavori, la diga venne creata e i paesi vennero inondati piano piano. 150 famiglie vennero derubate delle proprie vite, costrette a sloggiare dalle proprie abitazioni e muoversi nelle case ricostruite più su.

Foto di Filippo Salamone

Di Curon tutto ciò che è rimasto è il campanile della vecchia chiesa medievale. Ancora oggi fuoriesce dalle acque a ricordare il paesino che fu. Oggi è considerato (molto ipocritamente) un bene da tutelare, e infatti vennero anche compiuti dei lavori di restauro alla base e al tetto per il costo complessivo di 130.000 €. Una cifra notevole se si pensa che invece la compensazione che ricevettero gli abitanti del paese fu minima. Il campanile di Curon è un’attrazione unica nel suo genere, soprattutto in inverno, quando il lago si ghiaccia ed è raggiungibile a piedi. A essere onesti il posto è sicuramente senza uguali in Italia, ma ci sono altre chiese sommerse nel mondo che offrono uno spettacolo simile e la cui storia ricorda quella dello sventurato borgo altoatesino.

I Templi dell’Umanità di Damanhur

Abbiamo lasciato il meglio per ultimo. Questo è sicuramente tra i luoghi più strani e incredibili che potreste vedere al mondo. E non vi aspettereste mai di trovarlo nel nostro paese. Anche perché è insospettabilmente nascosto in un piccolo centro della Valchiusella in Piemonte. Vidracco è poco lontano da Torino ed è un comune di soli 500 abitanti, ma cela un grande segreto: il tempio sotterraneo più grande del mondo, certificato dal Guinness dei Primati. 850.000 m³ dislocati su cinque livelli che raggiungono la profondità di 72 metri. E un reticolo di camere e corridoi, decorati con mosaici, bassorilievi, dipinti, vetrate con colori accesi e vivaci. Vi sono sette sale principali, ognuna delle quali ha un nome mistico:  la sala dell’Acqua, la sala della Terra, la sala delle Sfere, la sala degli Specchi, la sala dei Metalli, il Tempio Azzurro, il Labirinto. Ma questa costruzione epica non è il lascito di qualche arcana popolazione dalla cultura millenaria…

Foto per gentile concessione di Niccolò Guasti

La Federazione di Damanhur è una piccola comunità autogestita che vive nella Valchiusella. Molti la paragonano alla stregua di una setta, e chi ne è uscito ne ha descritto gli aspetti tipici. Ma non è di questo che vogliamo parlare, bensì del suo fondatore, Oberto Airaudi o Falco, come preferisce farsi chiamare. È lui che nel 1977 ha dato inizio ai lavori per la costruzione del tempio, ispirato da delle visioni mistiche avute da bambino secondo lui appartenenti a una vita passata. È così che, individuato il terreno adatto, si mette all’opera armato di vanghe e picconi con un gruppetto di fedeli e comincia a scavare. Col tempo arrivarono volontari da tutto il mondo, per concretizzare quella visione. Che fosse o meno qualcosa di realmente spirituale, sta di fatto che ci sono riusciti. Ed è straordinario per due motivi. Il primo è che il lavoro si è basato nient’altro che sulle bozze del loro leader, che non era certo un ingegnere, auto-finanziandosi grazie a piccole attività locali.

Il secondo, è che per 16 anni sono riusciti a mantenere tutto nel segreto più totale, senza che il mondo esterno ne sapesse niente. Soprattutto il governo italiano, che avrebbe avuto da ridire su una costruzione abusiva di tali proporzioni. Fino a quando nel 1992 tre poliziotti e un pubblico ministero si presentano alla porta esclamando “Mostrateci i templi o faremo saltare tutto con la dinamite”. Non potendo fare altro i Damanhuriani li fecero entrare. All’ingresso nel primo tempio i quattro restarono letteralmente a bocca aperta: quello che videro era un’enorme camera circolare di 8 metri di diametro con una colonna centrale nella quale erano scolpiti un uomo e una donna, che reggeva un soffitto fatto di vetrate colorate. E lo stupore aumentava camminando per le varie sale. Il governo decise di sequestrare il tempio permettendo ai suoi costruttori di completare le decorazioni, ma di non proseguire oltre. In seguito la struttura è stata condonata e i Damanhuriani ottennero il permesso di completarla. Venne addirittura definita dal governo stesso l’ottava meraviglia del mondo. Forse un giorno lo diventerà davvero e fra qualche secolo verrà ricordata come l’eredità di una cultura antica. Oggi possiamo sicuramente definirlo il luogo più strano d’Italia, e senza dubbio unico al mondo.

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