Foto di Longarone. Foto di Enrico Strocchi
in foto: Foto di Longarone. Foto di Enrico Strocchi

Il 9 Ottobre del 1963 è stato un giorno nero per la zona Friulana. Come purtroppo accade sempre più spesso l'Italia deve fare i conti con le catastrofi naturali. E 53 anni fa il Vajont con la zona circostante è stata vittima di una tremenda catastrofe. Tornare nei luoghi delle sciagure è sempre triste e frustante, ma nella zona del Vajont oggi non è così. Vi starete chiedendo perché visitare una zona rasa al suolo da una frana? Il motivo è la rinascita, infatti Longarone, Erto Casso e gli altri borghi di pietra sono letteralmente rinate dando vita ad una forma di turismo che porta alla scoperta con passo lento.

La distruzione del 1963
La rinascita della valle del Vajont

La distruzione del 1963

Disastro del Vajont, Longarone nei giorni successivi alla frana del 9 ottobre 1963. Foto da Wikipedia
in foto: Disastro del Vajont, Longarone nei giorni successivi alla frana del 9 ottobre 1963. Foto da Wikipedia

La zona in questione si trova ai piedi delle Dolomiti Bellunesi, lungo l'asse del Piave e nella terribile notte del 9 ottobre del 1963 fu travolta da un'ondata di 50 milioni di metri cubi d'acqua, provocata da una frana staccatasi dal monte Toc. L'acqua scavalcò la diga del Vajont abbattendosi sulla zona, distruggendo i centri abitati e uccidendo 1910 persone. Il paese di Longarone, centro principale, venne cancellato dalla furia delle acque. E come non poteva essere così, poichè la massa franosa di 270 milioni di metri cubi era precipitata in poche decine di secondi, sollevando un’ondata micidiale che scavalcò la diga, rimasta intatta, di 200 metri, piombando nella valle del Piave. L'impatto così violento creò anche una scossa sismica e molti paesi non sono rimasti in piedi.

Nonostante la tragedia gli abitanti delle cittadine non hanno voluto abbattersi e grazie alla loro forza hanno fatto rinascere quest'aria. Le zone completamente distrutte oggi sono ricoperte di verde e sono tornate a risplendere tra le alte montagne.

La rinascita della Valle del Vajont

Il principale centro abitato è sempre Longarone, dove si può visitare il vortice grigio di cemento della nuova chiesa, costruita sui resti di quella precedente, che conserva al suo interno una  Madonna, bellissima, senza naso ne mani, col volto di legno sfregiato e il vestito mangiucchiato dal disastro. La Madonna è stata ripescata dalla Fossalta di Piave, a ottanta chilometri di distanza da Longarone.

Da vedere è anche il museo del Vajont, che si snoda attraverso due scale collegate da un tunnel buio, simbolo della notte della tragedia, a rappresentare il prima e il dopo del 9 ottobre 1963 nella storia della comunità. Spostandosi di qualche chilometro, a Fortogna si incontra il cimitero di Vajont, con i suoi cippi tutti uguali e le statue. Proseguendo  lungo la strada tortuosa e ripida che porta alla diga si arriva al lago, oggi minuscolo e relegato in fondo alla valle dato che gran parte della sua superficie è stata riempita dalla frana che si è staccata dal monte Toc. Per tutto il mese di novembre il Parco Naturale delle Dolomiti Friulane organizza, il sabato e domenica,  visite guidate al coronamento della diga e ai luoghi simbolo del disastro del Vajont. Lungo il lago si incontrano i borghi di Casso ed Erto, un tempo paese di contrabbandieri, fabbri, osti e anziane misteriose, oggi è una ragnatela di stradine ripide di sassi, sul quale si affacciano case di pietra grigia, in gran parte disabitate.

Non si tratta di turismo macabro: recarsi a Erto e Casso e visitare la diga del Vajont e i luoghi del disastro è il modo migliore, seppur doloroso, per rendersi conto di quello che avvenne, delle dimensioni della tragedia, e della sua dinamica.