passeggeri in peso

Negli Stati Uniti il problema sembra sia più diffuso di quanto si possa pensare, tanto che la proposta dell'accademico norvegese Bharat P. Bhatta, riportata dal Telegraph, potrebbe non apparire così strana. Secondo il professore di economia, le compagnie aeree dovrebbero utilizzare un sistema di prezzi tale da far pagare di più i passeggeri più pesanti. Secondo il dott. Bhatta, infatti, ai singoli vettori ogni chilo di peso comporta in media una spesa di 3000 dollari all'anno. Spiega il professore che sarebbe possibile scegliere tra tre soluzioni:

  1. prezzo al chilo,
  2. tariffa fissa per un range di peso. Al di sotto di questo range si usufruisce di uno sconto, al di sopra si paga un'aggiunta,
  3. tre tariffe diverse in base alla fasce "leggero", "normale", "pesante".

Non sarebbe necessario pesare tutti i passeggeri, rassicura il professore: al momento dell'acquisto del biglietto ognuno autodichiara il proprio peso, dopodiché "le compagnie aeree potrebbero selezionare casualmente i passeggeri e, se qualcuno ha mentito circa il proprio peso, paga la tariffa ‘pesante' e una penalità aggiuntiva". Un'assurdità? Per capire che il professore potrebbe essere preso sul serio basti citare un paio di fatti di cronaca. Poco più di un anno fa (gennaio 2012) un passeggero della Air Transat sul volo Gatwick-Toronto è dovuto scendere dall'aereo perché non disponeva delle 928 sterline necessarie ad acquistare un biglietto doppio, adeguato alla sua stazza. A nulla è valsa l'urgenza posta dal passeggero, che doveva andare a trovare la zia morente. Anche la British Airways ha concepito una tariffazione differenziata, anche se meno scientifica di quella pensata dal prof. Bhatta: se non si riesce ad assicurare il passeggero in carne alla poltrona utilizzando la una prolunga per la cintura di sicurezza, allora scatta l'acquisto di un secondo biglietto. In Europa anche la Air France propose nel 2010 la "fat tax", ma la Corte d'Appello bocciò la discriminante iniziativa del vettore francese.