Proteggere la biodiversità è la mission di chi lavora e fa ricerca nel Parco Nazionale Gran Paradiso. Ma anche ciò che succede oltre il confine del territorio salvaguardato ha ripercussioni sulla flora e sulla fauna che ci vivono. Il Parco è un territorio inserito in un mondo che sta cambiando radicalmente, in un mondo che negli ultimi settant'anni ha visto accelerare fenomeni che nessuno ormai può più ignorare: i cambiamenti climatici.

L'emergenza mondiale e il Parco

I cambiamenti climatici sono un'emergenza mondiale ormai sulla bocca di tutti. Ne discutono i potenti della Terra, e ne parlano con la loro semplicità anche i bambini a scuola e a casa, i giovani con la loro esuberanza nel battersi per ideali giusti e per un futuro migliore. Fin dagli anni Ottanta i ricercatori del Parco Nazionale Gran Paradiso studiano gli effetti dei cambiamenti climatici sul territorio protetto, puntando alla conservazione della biodiversità e contemporaneamente misurando le trasformazioni causate dalla mano dell'uomo. Da circa cinquant'anni l'osservazione degli effetti dei cambiamenti climatici è fondamentale per capire i comportamenti e le modifiche in questa zona montuosa.

I ghiacciai del Gran Paradiso in ritirata

Le osservazioni parlano chiaro. Insieme al CNR i ricercatori del Parco hanno osservato una perdita di spessore sui ghiacciai di circa un metro all'anno: questo significa che in 20 o 25 anni i 59 ghiacciai che fanno parte dell'area protetta sono destinati a scomparire: tra i ghiacciai che hanno perso più estensione o più spessore ci sono quello del Grand Etrèt in Valsavarenche, quello di Entrelor Nord in Valle di Rhêmes, quello Occidentale di Noaschetta, quello della Capra e quello di Nel Centrale nella Valle dell'Orco. Ma alcuni sono ormai destinati a comparire nel fascicolo "Ghiacciaio Estinto": quelli del Forno e della Gran Vaudala, per esempio, non esistono più. Basta consultare i documenti relativi alle Campagne Glaciologiche condotte dal Servizio di Sorveglianza in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino e il Dipartimento Territorio, Ambiente e Geotecnologie del Politecnico di Torino per capire la portata di questi cambiamenti. L'aumento globale delle temperature tra i 2° e i 3,5° portano anche a un'alterazione dei regimi idrici e a un inaridimento del suolo: per questo nel 2012 si sono studiati gli effetti dei cambiamenti climatici anche sulle praterie alpine. Nulla è lasciato al caso, ma viene misurato e monitorato, poiché le praterie alpine costituiscono l'habitat ideale dell'animale simbolo del Parco, lo stambecco, ma anche di altri animali come camosci e marmotte.

Le ricerche sugli effetti delle variazioni climatiche sulla fauna

La ritirata dei ghiacciai sembrerebbe quindi solo la punta dell'iceberg di ciò che sta avvenendo sul massiccio del Gran Paradiso. "L'aumento della temperatura porta a un'anticipazione della maturazione della vegetazione che crea degli squilibri un po' in tutte le specie animali, dalle farfalle fino allo stambecco", sostiene Bruno Bassano, Responsabile Biodiversità e Ricerca Scientifica del Parco. Tante le ricerche che cercano di capire come cambiano popolazione, comportamenti sociali, abitudini alimentari e crescita rispetto ai cambiamenti climatici: dall'osservazione sull'impatto del clima sul peso corporeo e sulla crescita delle corna dello stambecco, che sappiamo tendono a crescere nelle stagioni più floride e sono buoni indicatori della condizione fisica dell'animale, all'indagine sulle trasformazioni dell'aggregazione sociale rispetto alle modificazioni ambientali.

Il caso specifico dello stambecco

Lo stambecco, poi, è un animale fragile: la scampata estinzione tra Ottocento e Novecento ha fatto sì che solo gli stambecchi del Gran Paradiso ripopolassero le montagne europee di più di cinquantamila esemplari, ma ha ridotto la variabilità genetica e la resistenza alle malattie. È fragile anche perché si adatta poco ai cambiamenti climatici e non ha buona capacità di termoregolazione: se fa troppo caldo non riesce a mantenere la temperatura corporea ottimale e, durante l'estate, deve districarsi nella scelta fra trovare pascoli più ricchi e soddisfare le sue esigenze fisiologiche che lo portano a stare ad altitudini più elevate per sopravvivere. Lo stesso innalzamento globale delle temperature spinge gli animali a vivere sempre più in alto, dove l'erba però scarseggia. Inoltre lo scioglimento precoce della neve provoca l'anticipo della stagione vegetativa, non più sincronizzata con il delicato periodo delle nascite dei capretti. Le ricerche continuano per trovare risposte adatte a mantenere la promessa fatta nel secolo scorso: proteggere la biodiversità, non solo dall'azione diretta dell'uomo, ma anche da quella indiretta. Questo è possibile anche grazie agli investimenti previsti dal programma delle politiche di coesione dell'Ue.