Ripley's Believe It or Not musei

Che ci crediate o no, questo franchise va avanti da quasi un secolo ormai. E i suoi musei sono tra i più visitati al mondo. Di cosa stiamo parlando? Del Ripley's Believe It or Not! una delle esposizioni mondiali più longeve e di successo che esistano sul pianeta. Se non ne avete mai sentito parlare non pensate di vivere sulla Luna, perché il museo in Italia non è mai arrivato. Anzi, a dire la verità in Europa non è praticamente conosciuto, a meno che non siate di Londra. Ma di cosa si tratta? Della più grande collezione di stranezze e bizzarrie che esista sulla faccia della Terra. Esempi? Non possiamo farvene, perché sarebbe riduttivo. Pensate a qualsiasi cosa incredibile vi possa passare per la testa. I crani degli esploratori ridotti da una qualche tribù indigena? Ci sono. Pecore siamesi? Presenti. Per non parlare di una ricchissima collezione di artefatti che spazia dall'antichità ad oggi. A questo si aggiungono documenti su fatti scientifici stupefacenti, aneddoti incredibili ma veri, personaggi dalle vite stravaganti. Ve lo abbiamo detto, spiegare cosa trovereste in questo museo non è facile.

Il Ripley's Believe it or Not! è una catena di musei strani e di intrattenimento principalmente diffusa in Nord America e Asia, con qualche presenza in Europa, Messico e Australia. Ma è solo una piccola parte di un'enorme franchise che in realtà comprende più di 90 attrazioni in 11 paesi. E tutte con un solo scopo: stupire e affascinare lo spettatore con il mondo dell'assurdo. La Ripley's Entertainment, inc. comprende in primis i musei delle stranezze, chiamati Odditorium. A questi si aggiungono i musei del Guinness dei Primati, tre acquari, un museo delle cere, e attrazioni minori come case stregate, minigolf, labirinti di specchi, teatri 4D, laser race, treni panoramici e un lodge sulle cascate del Niagara. Un impero in costante crescita dal 1918, da quando apparve la prima illustrazione su un giornale di un ragazzo con la passione per l'incredibile.

Robert Leroy Ripley cominciò nel 1913 all'età di ventitre anni a pubblicare delle illustrazioni pubblicitarie per il The New York Globe. In esse raccontava di imprese come di un uomo di Toronto che correva all'indietro i 100 metri in 14 secondi, e cose così. A un certo punto, decise di intitolare i suoi fumetti "Believe It or Not!", che ci crediate o no. Una frase semplicissima che però destò l'attenzione di migliaia di lettori che videro nelle sue storielle qualcosa di rivoluzionario, e cominciarono a chiederne di più. Da un giorno all'altro Ripley diventò un fenomeno. Ma la sua predilezione verso le curiosità non era una semplice mania: era una vera e propria passione per la natura umana e le strane vicende che potevano riguardarla, e che lo portava a viaggiare in giro per il mondo. Il suo pallino erano infatti i reperti esotici che collezionava nel corso dei suoi viaggi: come un Barnum del Novecento, Ripley si divertiva a scovare meraviglie in tutto il pianeta. Con due differenze. La prima è che la sua attenzione non era rivolta a eccezionali rarità, ma all'ordinarietà dell'incredibile, secondo il semplice concetto che la realtà supera l'immaginazione. La seconda è che, appunto, i suoi fatti erano sorprendenti ma reali, e non truffe organizzate per ingannare la gente.

Ripley pubblicò una rivista di viaggi e divenne famoso raccontando dei posti dove la gente comune non poteva andare. Ma fu nel 1929 che avvenne la svolta: il magnate dell'editoria William Randolph Hearst acquistò la serie Believe It or Not! per la sua King Feature Syndacation, pubblicandola su 17 giornali. La portata di pubblico fece aumentare la fama che esplose quando venne pubblicato il primo libro raccolta delle sue illustrazioni: Ripley fu il primo cartoonist della storia americana a diventare milionario. La sua influenza fu tale che quando lo stesso anno pubblicò un'illustrazione con su scritto "Che ci crediate o no, l'America non ha un inno nazionale", molti cominciarono a perorare la causa per ufficializzarne uno: la legge del 1931 dichiarò che The Star-Spangled Banner era l'inno degli Stati Uniti. Nel 1930 Ripley cominciò a espandere la sua presenza negli altri media e la sua trasmissione via radio Believe It or Not! divenne popolarissima: in essa egli registrava dal vivo le sue esperienze di viaggio negli altri paesi dall'aria, sott'acqua o nelle caverne. In seguito collaborò con la Warner Bros per alcuni corti cinematografici.

Nel 1933 il primo Odditorium vide la luce alla Fiera Mondiale di Chicago, attirando due milioni di visitatori. Un sondaggio del New York Times elesse Ripley uomo più popolare d'America. Il concept del museo di stranezze funzionò talmente che nel giro di dieci anni ne vennero aperti altri a San Diego, Dallas, Cleveland, San Francisco e New York. Il programma radiofonico divenne uno show televisivo. Nel 1949 Ripley morì di cancro all'età di 58 anni. La sua eredità è impressionante: una ricca collezione di reperti provenienti dai più di 200 paesi visitati personalmente. Il lascito culturale è ancora maggiore: il suo collaboratore di una vita, Norbert Perlroth, continuò a lavorare al franchise fino alla sua morte. Ripley lo volle personalmente all'inizio della sua carriera per le sue qualità di ricercatore e poliglotta: suo scopo era verificare che tutti i fatti che riportavano dal mondo fossero autentici. Un marchio di garanzia che ancora oggi coinvolge l'intero impero dell'intrattenimento.

I Ripley's Odditorium sono enormemente diffusi in tutti gli Stati Uniti. Tre ce ne sono solo in Florida, di cui uno a Orlando, la capitale americana dei parchi divertimento. Altri tre sono in Canada e due in Messico. Uno si trova nella Gold Cost in Australia. Al di fuori del continente americano il franchise ha ottenuto molto successo nel sud-est asiatico. In Europa, nonostante non abbiano ancora attecchito, troviamo il più grande Ripley's Odditorium del mondo proprio a Londra, nel bel mezzo di Piccadilly Circus: un palazzo di cinque piani che ospita ben 700 mostre. I musei di Ripley seguono una precisa impronta trainante che cattura fin dal primo impatto: la maggior parte degli edifici che li ospitano sono infatti progettati con delle facciate assurde e irreali. Quella di Orlando è un palazzo che sprofonda in un cratere. Quello di Ontario, sulle cascate del Niagara, è l'Empire State Building rovesciato con un King Kong sulla sua antenna. A Panama City Beach il suo ingresso è inserito all'interno di un transatlantico che affonda. Insomma, abbiamo reso l'idea.

In molte destinazioni turistiche il franchise non si limita solo al museo, ma a intere attrazioni che di per se costituiscono quasi un parco divertimenti a tema. È il caso di Myrtle Beach, in Sud Carolina, dove si trovano il Mirror Maze, il labirinto di specchi, l'Haunted Adventure, la casa stregata, e il Moving-Theater, un cinema 4D. Inoltre qui si trova anche uno dei tre acquari del franchise: gli altri due si trovano a Gatlinburg, in Tennesee, altro grosso centro delle varie attrazioni targate Ripley; e a Toronto in Canada. Nei pressi delle cascate del Niagara vi è un altro polo di divertimenti marca Ripley, e lì inoltre la compagnia possiede un lodge che fa parte della catena internazionale Great Wolf Resort. Il fatto che l'impero dell'assurdo sia così presente nella terra della foglia d'acero si spiega col fatto che appartiene al Jim Pattison Group, una delle più grandi compagnie private canadesi.

In Canada troviamo anche il Louis Tussaud's Wax Museum. Sì, non vi ingannate: il nome Tussaud è associato di nuovo a un museo delle cere, ma non a quello della più celebre Marie. Si tratta infatti del nipote di colei che ha creato il primo museo delle cere di Londra, ma nonostante la parentela e il legame artistico, non c'è correlazione tra le due cose. Anche questa catena si è comunque affermata sotto il patrocinio della Ripley's Entertainment. Una terza tipologia di musei è quella dei Guinness dei Primati, che troviamo a Hollywood, San Antonio, Gatlinburg e alle cascate del Niagara. Questi riportano fatti e reperti documentati dal celebre libro dei record, con la garanzia di un marchio storico. In questi casi una certificazione più autorevole rispetto alla fama di Ripley che è legata molto di più all'assurdo.

Strano ma vero, come ci tengono a precisare gli impresari della compagnia, che assicurano di eseguire sempre ricerche approfondite prima di pubblicare un fatto. Anche la trasmissione televisiva rafforza la sua autorevolezza con lo slogan "Se lo vedete su Ripley's, potete scommetterci che è vero". C'è comunque chi ha provato a smentire alcuni dei miti riportati nei musei. Ma se qualcuno prova a mandare alla compagnia una lettera per riportare delle inaccuratezze o mettere in dubbio qualcosa, riceverà per tutta risposta una cartolina con su scritto "Che ci crediate o no!".

[Foto in apertura di Dirk Ingo Franke, le successive da Wikipedia]