Vigamus, Pacman

Il 20 ottobre a Roma ha aperto un museo tanto insolito quanto atteso: il Vigamus, il Museo del Videogioco. Insolito, perché di musei come questo in Europa ce ne sono solo due (l'altro è a Berlino). Atteso, perché era da tempo che gli appassionati videogiocatori erano in cerca di un riconoscimento "ufficiale" del loro medium preferito da parte delle istituzioni culturali. Dopo anni e anni passato a difenderlo dagli attacchi dei diffidenti, di quelli che lo odiano per partito preso e di certa stampa sensazionalista, ora i gamer di Italia hanno finalmente la loro vendetta: la loro forma di intrattenimento preferita ha finalmente avuto una collocazione negli spazi della cultura riconosciuta come tale, entrando addirittura a far parte del polo museale della capitale.

Il museo del videogioco di Roma Vigamus

Il Vigamus si trova in via Sabotino 4, poco distante da piazza Mazzini. La sua struttura è situata all'interno di un edificio ceduto dal Comune di Roma all'AIOMI, l'Associazione Italiana Opere Multimediali Interattive che si occupa della diffusione della cultura del videogioco. Il progetto del museo è nato parallelamente all'associazione nel 2008, come ci spiega il suo direttore Marco Accordi Rickards, nell'intervista che potete leggere qui di seguito. Dopo anni in cerca di enti o figure che aiutassero a promuovere la nascita dell'istituzione, l'idea del museo ha trovato finalmente un forte sostenitore da parte proprio dell'amministrazione comunale.

L'intervista a Marco Accordi Rickards ci svela i retroscena e la nascita del museo. Noi abbiamo avuto modo di visitarlo, e lo consigliamo caldamente non solo agli appassionati nostalgici, ma anche a quei profani che possano essere interessati ad approfondire il discorso con un mezzo creativo ingiustamente sottovalutato, perché considerato mero intrattenimento. Il museo sembra inoltre subire un certo fascino anche sui bambini, nonostante questi siano molto lontani anagraficamente da quelli che sono gli antiquati videogiochi di un tempo che hanno fatto divertire i loro genitori, rispetto a quelli tecnicamente avanzati di oggi. In questo gioca sicuramente molto anche la voglia dei 30-40enni padri di oggi che vogliono trasmettere la cultura della propria infanzia ai loro figli. In questo il Vigamus diventa un posto perfetto per una piacevole giornata in famiglia.

Vigamus, l'ingresso

La mostra del museo approfondisce i primi trenta anni di vita della storia del videogioco, dai primi esperimenti del MIT che portarono alla creazione di "Tennis for Two" su oscilloscopio; fino alla crisi del 1985 quando, dopo un decennio di successi mondiali grazie a case di produzione come la Atari e ai più famosi giochi da sala come Pacman e Space Invaders, il videogioco sembra perdere l'interesse del pubblico a causa di una serie di fallite mosse commerciali. Con l'arrivo di Super Mario dal Giappone, però, tutto prende una nuova direzione che porta a una nuova epoca d'oro delle console casalinghe, e che continua ancora oggi. L'evoluzione di questi sistemi è testimoniata dall'esposizione di pezzi originali: dalla prima console analogica della Magnavox, passando per gli esponenti delle varie guerre di mercato Spectrum vs Commodore e Nintendo vs Sega, fino alle odierne Playstation e Xbox.

Ma il Vigamus è anche mostra interattiva. In due diverse sale del museo si può giocare a molti videogiochi d'antan, addirittura nella loro versione coin-op da sala giochi. Un pezzo davvero storico è il cassone originale giapponese di Space Invaders, rilasciato dalla Taito nel 1978 e perfettamente funzionante. Nella sala conferenze da 100 posti invece si tengono tavole rotonde e dibattiti sul tema, incontri con gli sviluppatori ed eventi speciali: come quello del 14 dicembre dedicato all'uscita del nuovo film Disney Ralph Spaccatutto, incentrato proprio sui personaggi dei videogiochi. In occasione dell'evento l'ingresso del museo sarà gratuito per quella giornata. Sarà inoltre possibile giocare al "coin-op originale" del videogioco di cui è protagonista Ralph nel film: un finto vecchio gioco stile anni '80, creato per l'occasione e presente in esclusiva al Vigamus dall'8 dicembre al 13 gennaio 1013. E ora la parola a Marco Accordi Rickards, che ci spiega com'è nato il progetto.

Vigamus, Videopac

Ciao Marco. Ci racconti come si è sviluppata l'idea del Vigamus, il Museo del Videogioco?

Salve a tutti. Io nasco come giornalista della stampa specializzata di videogiochi, attività che continuo tutt'ora come direttore della testata Game Republic e collaborando con altre riviste. Nel corso degli anni ho cominciato a interessarmi anche al lato culturale dell'aspetto, non solo quello ludico, e ho cominciato a seguire incontri e tavole rotonde sulla storia dei videogiochi e sulla loro importanza nell'immaginario collettivo. Il mio interesse è culminato con una collaborazione con l'Università di Tor Vergata, dove da 4 anni insegno la storia del giornalismo dei videogiochi nella facoltà di Lettere.

Nel 2008 ho fondato AIOMI, un'associazione che si occupa della difesa e della promozione della cultura del videogioco in Italia, molto spesso bistrattato e attaccato come responsabile di tutti i mali della società. Molti non capiscono che il videogioco è uno strumento di diffusione del pensiero dell'uomo, con una valenza artistica a tutti gli effetti. Lo dimostrano le recenti iniziative dello Smithsonian e del MoMA: il primo ha dedicato loro una mostra temporanea [NdR: The Art of Video Games, dal 16 marzo al 30 settembre 201], l'altro ha acquisito 14 videogiochi originali da tenere in mostra permanente, e si appresta ad allargarla a 40 pezzi l'anno prossimo. Un clamoroso riconoscimento, se ancora ce ne fosse bisogno, che il videogioco è cultura. Con Vigamus in Italia possiamo vantare un ruolo di precursori nel campo, poiché siamo il secondo museo di questo tipo in Europa. Il primo è il Computerspielemuseum di Berlino. Il fatto stesso che esista un museo dedicato a qualcosa è la testimonianza che questo qualcosa ha una storia con un valore culturale degno di un'esposizione.

Come siete riusciti a trovare gli spazi che ospitassero il museo?

È stato molto difficile: ci siamo rivolti a tutte le istituzioni pubbliche, dagli enti locali a quelli nazionali, ma non riuscivamo a trovare nessuno disposto ad ascoltarci. È stata una dura battaglia che piano piano ci ha permesso di individuare l'interlocutore disposto al dialogo: il Comune di Roma. Dialogo che però all'inizio è stato viziato da un fraintendimento per il quale erano restii a concederci spazio: hanno infatti interpretato il videogioco come videopoker, e pensavano volessimo promuovere l'attività di gambling. È triste, ma purtroppo è vero che oggi si identificano quelle macchinette con i videogiochi, e che le sale giochi si siano trasformate in luoghi dove spesso trovi solo questo genere di macchine. Una volta chiarito l'equivoco, le cose hanno preso tutta un'altra direzione, e tra il 2009 e il 2010 il Comune ci ha trovato i locali per il museo. Si trattava di uffici e archivi del Municipio che sono poi stati trasferiti. Una volta sgombrato il tutto noi ci siamo occupati dell'allestimento, utilizzando tutte le nostre risorse economiche e quelle che ci venivano dagli sponsor.

Il nostro partner più prezioso rimane comunque il Comune di Roma, che noi ringraziamo. L'assessore delle politiche culturali di Roma capitale ha anticipato l'apertura del museo con una conferenza stampa nella quale ha strenuamente difeso il progetto e il valore culturale del videogioco. La cerimonia d'apertura si è tenuta il 20-21 ottobre e ha avuto un successo maggiore di quello che ci aspettassimo: la fila fuori all'entrata era lunghissima, e abbiamo avuto 1.600 persone in due giorni. Adesso inizia la parte più impegnativa: tenere il museo sempre vivo e pieno di eventi per attirare le persone. Ma è anche la parte più bella: noi vogliamo fare di Vigamus la casa di tutti i videogiocatori.

Come promuovete il vostro museo e come lo farete conoscere al turista di passaggio?

Daremo il via a una serie di iniziative che possano fare presa sul pubblico e che vengano riprese dalla stampa per il loro valore intrinseco. Con l'apertura siamo usciti sui principali organi di informazione. Ma ci baseremo soprattutto sul passaparola, da non sottovalutare mai: siamo molto attivi sui social network, e puntiamo maggiormente sulla voce degli appassionati che per anni hanno visto la loro forma di intrattenimento vessata e che ha ora il giusto riconoscimento.

Come avete allestito il vostro museo? Da dove avete preso i pezzi che costituiscono la vostra esposizione?

In parte fanno parte della collezione privata di AIOMI acquisita negli anni, e in parte provengono da numerose donazioni. Una parte viene da uno dei nostri partner internazionali, l'associazione tedesca Mega: noi ci tenevamo molto ad avere una dimensione internazionale, tanto è vero che siamo gemellati anche con il Computerspielemuseum di Berlino, con il quale abbiamo dato vita a una federazione europea che si occupasse della preservazione dei beni videoludici. Il nostro museo è costituito dalla mostra permanente, due aule interattive, e da due sale dedicate a mostre temporanee (NdR: al momento in cui scriviamo una è dedicata alla presentazione dell'ultimo videogioco della Milestone, software house italiana, e l'altra a un progetto dell'Università di Tor Vergata). Infine abbiamo la nostra sala conferenze, dove terremo i nostri eventi per dare voce alle personalità dell'ambiente videoludico, soprattutto a quelli che hanno bisogno di uno spazio per esprimersi. Per il 2013 apriremo anche un'aula didattica, nella quale terremo dei corsi che stiamo preparando.

Per arrivare al Vigamus, il Museo del Videogioco di Roma: prendete la Metro A da Termini in direzione Battistini. Fermata Lepanto. Usciti, proseguite diritto a piedi lungo via Lepanto fino a piazza Mazzini. Arrivate in piazza salite a sinistra verso via Sabotino. In tutto a piedi sono poco più di dieci minuti.

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